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Ti piacerebbe percepire il gusto di una verdura come quello del tuo alimento preferito?

Analizzando il DNA è possibile trovare la chiave della tua dieta perfetta.


Perché amiamo certi cibi piuttosto che altri?

Perché una cucina regionale è molto piccante e magari un'altra è particolarmente dolce?

Quanto queste differenze dipendono dalle abitudini culturali e quanto, invece, dal Dna di ciascun individuo?

Quando si pensa al Codice genetico, le prime cose che vengono in mente sono il colore degli occhi, l'ovale del viso, la forma del naso. In realtà, è ormai certo che il DNA è in grado di influenzare anche il nostro gusto alimentare, che è anche il fattore che più ci condiziona quando dobbiamo scegliere un certo alimento piuttosto che un altro.

Alcune persone, ad esempio, amano i cibi piccanti, che quindi tenderanno a prediligere; mentre la gran parte odia i cibi amari, che quindi tenderà ad evitare. Dietro tutte queste differenze c'è sempre il DNA, quella doppia elica contenuta in ogni nostra molecola che è anche la base fondamentale di tutte le forme di vita.

A dimostrare la correlazione tra gusto e genetica è stato MarcoPolo2010, un ambizioso progetto scientifico intrapreso da alcuni genetisti dell'Università di Trieste e della Struttura complessa dell'IRCCS-Burlo Garofolo.
Si tratta di una vera e propria spedizione scientifica che ha ripercorso le tappe di Marco Polo
 lungo la Via della Seta, dalla Georgia al Kazakistan, per indagare le relazioni tra genetica e gusto.

La scelta della Via della Seta ha una base chiaramente scientifica: quest'area del pianeta è stata per lungo tempo il luogo d'incontro di diverse culture e, quindi, di scambio di geni. Lo conferma, ad esempio, la distribuzione della malattia di Behçet, un'infiammazione dei vasi sanguigni che ha probabili cause immunogenetiche: le aree ad alto rischio per la malattia, il cui nome è di origine turca, si trovano lungo una fascia tra i 30° e 45° di latitudine nord che corrisponde proprio alla Via della seta.
 

Perché NON amiamo i cibi amari? E, soprattutto, percepiamo i gusti tutti allo stesso modo?

“Noi percepiamo sulla nostra lingua 5 gusti: dolce, salato, aspro, amaro e umami”, spiega Paolo Gasparini, responsabile del progetto MarcoPolo2010. “Umami” in giapponese significa "saporito" e indica il sapore di glutammato, presente soprattutto nei cibi ricchi di proteine, come carne e formaggio. “Questi 5 gusti giocano un ruolo fondamentale nella percezione gustativa e quindi determinano le nostre preferenze alimentari. E la percezione di questi sapori è legata a fattori genetici”.

Il sapore amaro, in particolare, ci permette di capire molto sull'argomento. Già negli anni Trenta era chiaro che la percezione di questo gusto NON era uguale in tutte le popolazioni: il 40% della popolazione dell'India, ad esempio, non percepisce affatto l'amaro, contro il 3% della popolazione africana.

In base a quanto rilevato dalla loro lunga ricerca, i genetisti hanno suddiviso gli individui in 3 gruppi, a seconda della loro percezione dell'amaro:

  • i supertaster, che hanno una percezione molto elevata;

  • i medium taster, che lo percepiscono poco;

  • i non taster, che non lo percepiscono affatto.

Si è visto che i più sensibili all'amaro non amano cibi come cavoli, broccoli, rape, la caffeina, la birra, i pompelmi; e percepiscono di più anche il piccante e il grasso, che quindi tendono a evitare. I non taster, al contrario, prediligono questi alimenti.

In Pamir (una regione del Tajikistan), ad esempio, il 30% della popolazione ha una percezione fortissima dell'amaro. Il loro piatto principale, infatti, è una zuppa fatta con albicocche secche e more di gelso secche, talmente dolce che noi faremmo fatica a mangiarla anche come dessert. Questa particolare sensibilità verso l'amaro - spiega Gasparini - “potrebbe essere il frutto di un meccanismo evolutivo per cui sentire l'amaro potenziato ha permesso a queste comunità di evitare i cibi amari che in natura sono spesso tossici”.
 

Oltre al gusto, ci sono altri geni che influenzano la nostra scelta degli alimenti?

“Le preferenze alimentari - spiega ancora Gasparini - sono determinate anche da altri geni che non hanno nulla a che fare col gusto. Ad esempio, se si è fatta indigestione di un certo cibo, da quel momento non lo si mangia più, non perché non ci piaccia, ma perché si sviluppa un meccanismo cerebrale di rifiuto. Dunque, ci sono geni coinvolti nel processo globale che riguardano le funzioni cerebrali o l'olfatto, così come l'udito e la percezione dei colori. Lungo la Via della Seta, ad esempio, abbiamo trovato un gene coinvolto nella piacevolezza del tè ed è un gene che si relaziona al sistema olfattivo. In effetti del tè quello che ci colpisce più di tutto probabilmente è l'aroma. Un altro gene che abbiamo individuato è coinvolto nella percezione della piacevolezza per le carni di montone e il formaggio di pecora.”

Perché è importante capire qual è la nostra percezione genetica del gusto?

Perché la prima prevenzione dei disturbi alimentari è l'alimentazione e, “siccome noi mangiamo ciò che ci piace - spiega Gasperini -, se io sono geneticamente determinato a non mangiare frutta e verdura, come accade ai supertaster, è utile saperlo per poter inserire nella dieta degli accorgimenti che mi permettono di mangiarle comunque, ad esempio un certo modo di cucinarle”.


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Come abbiamo visto in questo articolo, il DNA è uno strumento imprescindibile per individuare un programma nutrizionale efficace. Ma da solo non basta.

I gemelli monozigoti, infatti, pur avendo lo stesso DNA, possono accumulare differenze nel corso della loro vita.

Le condizioni ambientali (inquinamento, ritmi di vita frenetici, stile di vita, alimentazione, etc...) e gli eventi importanti della nostra vita (perdita di una persona cara, divorzio, etc...), sono in grado di rendere irriconoscibili due gemelli monozigoti adulti.

Il DNA non è l'oracolo che ci dirà come saremo domani - spiega l'ing. Francesco Menegoni, Presidente e Amministratore delegato di g&life, azienda all'avanguardia nel campo della nutrigenetica -, sarebbe sbagliato se pensassimo di fare un'analisi del DNA e basta. E' importantissimo integrare le informazioni del DNA con il nostro stato attuale. E lo stesso vale viceversa: ignorare completamente come siamo fatti, sicuramente non aiuta il nostro percorso di benessere”.

Per questa ragione, My.GENETIQUE va davvero a fondo nell'analisi della tua persona e, oltre all'indagine sul tuo codice genetico, ti offre anche altre due importantissime analisi: quelle sulla Flora batterica dell'intestino e la Bioimpedenziometria extracellulare.

Le analisi offerte dal piano My.GENETIQUE - spiega la biologia nutrizionale e biochimica, dott.ssa Maria Laura Pastorino - “permettono di valutare anche la presenza e la localizzazione di processi infiammatori, lo stato di attivazione del sistema di reazione allo stress, le espressioni psicologiche, le emozioni e la risposta dello stress nel tempo”.


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